Ogni incipit può orientare l’attenzione in direzioni diverse, è aperto a tutti gli sviluppi. Poiché la contraddittoria, tortuosa espressione della “realtà” ha quasi sconfitto ogni volo di fantasia, ci si deve porre il problema di come l’invenzione, il progetto, l’immaginazione possano riconfigurare un “altrove possibile”.

Tema / Problema
Franco “Bifo” Berardi in un’intervista concessa a “il Domani” nel lontano 26 settembre 2002, tra l’altro affermava che “nella politica non vanno cercati i simboli o le aree d’appartenenza, va cercata la carnalità” . . . “Se riuscissimo a vedere quello che sta accadendo senza occhiali interpretativi della sinistra è meglio, abbiamo più strumenti per capire e muoverci”. Nel suo ultimo intervento nella mail-list BCL, mi sembra porti alle estreme conseguenza il ragionamento dichiarando “l’inutilità di ogni mediazione politica”. Ebbene, senza riserve – in linea di principio – si è in sintonia (BCL stessa è figlia di “convergenze” e “fuoriuscite” dei suoi partecipanti da logiche inconcludenti, se non autodistruttive tipiche delle organizzazioni delle “sinistre”), ma rimane ampiamente insondato l’orizzonte.

Vision vs Orizzonte
Se la prospettiva indicata – non solo da “Bifo” – resta essa stessa prigioniera d’una monocultura antagonista, non vedendo altro che errori nelle scelte individuali “d’opposizione cittadina” e/o “ricostruzione della sinistra” e/o “d’appoggio al PD” e desiderando dedicarsi ad “attività didattico-analitico-formative”, senza cogliere fino in fondo il sommovimento reale (fisiologicamente dialettico e vera “luce” accesa sulle convulsioni del mondo) di resistenza all’incedere della “crisi”, della povertà e dell’esclusione sociale, mi sembra che annienti, sottoponendola ad umiliazione ed ammettendo errori di prospettiva e di comportamento, l’idea stessa d’una “politica possibile”, oltreché utile, identificabile con la polifonica esperienza di BCL. Prima ancora della realistica narrazione criminale di Saviano e senza voler risalire alla diatriba Marx – Smith sulla previous accumulation (punto di partenza, piuttosto che “risultato” del modo di produzione capitalistico), andrebbero ancor prima rilette attentamente le pagine di Pino Arlacchi sulla “mafia imprenditrice” . . . Il capitalismo nell’attuale epoca della globalizzazione, mutandone le modalità, ripropone inalterato l’impianto dell’accumulazione come evento centrale ineliminabile negli stessi processi sociali di transizione, in quanto modalità dell’espropriazione dei produttori immediati e della trasformazione delle loro condizioni di lavoro e di vita in capitale. Negare il ruolo della “politica”, nel contesto dei feroci meccanismi dell’accumulazione, vuol dire negare la possibilità stessa di realizzazione delle ipotetiche “zone franche” ove studiare e praticare forme esistenziali comunitarie alternative. Nel migliore dei casi si realizza un’alternativa di costume, forse mal sopportata dal “potere”, ma compatibile con i suoi assetti.
La catastrofe è forse dietro l’angolo, catastrofe eco-sistemica e della stessa intelligenza, ma l’esperienza della conoscenza autentica, non metafisica 1) non può essere impresa di pochi, sviluppantesi in autoprotettive “nicchie ecologiche” (tentativi non nuovi del resto: così è stato nelle prime città dell’antica Mesopotamia; poi tra i Greci – quelli della “democrazia” compatibile con la schiavitù . . . – che sapevano sfruttare le risorse del Mediterraneo e nel primo Rinascimento . . .) perché perde irrimediabilmente quella forza trasformatrice e l’universalità applicativa e finalizzata alla quale deve essere ricondotta; 2) l’esperienza della conoscenza deve dialettizzarsi in modo organico con il diffuso disagio sociale che tutti denunciano, essendo – la dinamica cognitiva – essa stessa figlia di questi tempi egemonizzati dall’ “unico pensiero” amorfo che nega la conflittualità, rischiando di produrre uno sterile circolo virtuoso.

Etica e Conflitto
C’è una corresponsabilità che ci riguarda, nessuno escluso. Immergersi, resistendo, dentro il conflitto, con umiltà e determinazione, conservando l’idea del passato, delle lotte, dell’organizzazione, dell’autonomia. Così come oggi si sale sui tetti per rivendicare salario e diritti o come si continua a scendere in piazza a protestare. Quella “carnalità” invocata, è la carnalità dell’essere presente nelle vicende dello scontro sociale, perché solo esse sono le nostre vicende.
Pur non condividendo la terapia (qui voglio dire che da tempo sto portando avanti insieme ad altri compagni un’iniziativa – una giornata dedicata ad Oscar Marchisio, dalla quale far scaturire un duraturo impegno di ricerca e di pratiche della trasformazione – dentro un progetto complessivo in grado di arginare un’incombente “liquidità” relazionale), non mi pare trascurabile sottolineare la convergenza almeno su un punto di analisi: BCL, nella forma primordiale (politico-propagandistico-agitatoria) è morta – non solo per cause endogene, certo, ma anche per quest’ultime -, o, se più piace, è un dead man walking. Prima ci se ne accorge, meglio per tutti. Certo è che le priorità politiche inseguite da BCL sono state insufficienti ad esprimere la sua – viceversa – crescente potenzialità “eversiva” nella città del “catto-comunismo”.
Nessun legame organico con il mondo del lavoro e del non lavoro è stato instaurato; simbolismi vari contro i trenta milioni di disoccupati in più e la deflagrazione dei sistemi economico e sociale, nulla hanno potuto. Si è trattato di uno sbandamento “ideologico”, proprio nel senso di “falsa coscienza”: sono stati usati, sostanzialmente, gli stessi antichi modi politico-programmatici degli avversari – a parte lodevoli eccezioni – per veicolare messaggi di “segno contrario”; peccato che il “contenuto” pretenda sempre una forma propria.
Nel frattempo lo stato di guerra permanente – con Obama coprotagonista - diventa la modalità stabile di un duro dominio sulla realtà sociale di fronte ad una insubordinazione e ribellione crescenti.
L’orizzonte, forse non originale per alcuni, ma indifferibile, con il quale fare i conti è costituito dai temi del reddito, della cittadinanza e del Welfare. Non guardare più in là è – oggi – guardare in modo lungimirante. GD

UN'ALTRA OPPOSIZIONE È, QUINDI, POSSIBILE. DENTRO LA CRISI, PER L'AFFERMAZIONE DEI DIRITTI DI CITTADINANZA, PER LA LIBERTÀ NELLE METROPOLI DEL CAPITALE.

DOCUMENTO / PROPOSTA
1. Se le responsabilità del massacro sociale, causato dall'irreversibile crisi economico-finanziaria del modo di produzione capitalista, sono chiare, altrettanto evidenti sono le colpevoli responsabilità del quadro politico dirigente delle istituzioni rappresentative del movimento operaio e dell'autonomia politico-organizzativa dell'antagonismo sociale (partiti delle “sinistre”).
In Italia, il “collaborazionismo” dei dirigenti delle “sinistre” politiche e sindacali (a diversi livelli di incarichi, locali e/o nazionali, svolti) con le strategie ristrutturative del “comando” capitalista – dalla disdetta della “scala mobile” alla Legge delega di revisione della Legge 146/'90 che introduce nuovi limiti al diritto di sciopero (diritto consacrato nell'art. 40 della Costituzione) e di libertà sindacali – è dimostrato dalla voluta liquidazione di ogni rappresentanza della conflittualità, ormai inesistente in Parlamento, per meglio imporre relazioni sociali e politiche consolidando il reciproco riconoscimento negoziale tra frazioni borghesi in lotta (autoritarismo affaristico-telecratico tout court o regime pseudo liberale-liberistico, queste le opzioni in campo) per il predominio statuale e l'oscuramento delle istanze collettive di difesa democratica nella ridistribuzione egualitaria del reddito . . . . .
2. Tutte le ipotesi e le pratiche politico-organizzative messe in cantiere (volendo limitarsi a considerare solo il periodo dalll'89 ad oggi), sono state fallimentari per gli interessi delle classi subalterne. Gli stessi sciagurati protagonisti ed interpreti degli ultimi decenni della devastazione progettuale e della stessa mobilitazione delle coscienze, si ripropongono ora come “salvatori” avanzando ricette avvelenate (tutti uniti nel PD) ed inventandosi conduttori di reality politici sulla pelle delle masse lavoratrici, dei disoccupati, degli sfruttati.
Nessuno di costoro può più permettersi – senza pagare dazio – di anteporre proprie concezioni teorico-politiche al reale movimento sociale di resistenza all'incedere della crisi, nessuno è più legittimato a rappresentare moltitudini non disposte a delegare ulteriormente. Pertanto, qualsiasi ripresa della lotta e della partecipazione politica deve individuare il massimo di contraddizione nell'assetto della “rappresentanza” e della “rappresentatività” operando una rottura teorico-politica e di prassi, liberando una soggettività politica nel “noi sociale” in grado di comunicare nuove forme istituzionali della “domanda popolare” e contenuti propri, oggetti specifici delle “politiche sociali” che si vogliono perseguire.
Il punto più alto delle contraddizioni economico-sociali del capitale è l'annientamento delle “socialità altre”, non “collaborazioniste”.
Il punto più alto di risposta allo stato presente di cose è “fare comunità” - costruire il “noi sociale” - tramite capacità di autovalorizzazione (conoscenze, professionalità, autoimprenditorialità, sostenibilità) di progetto e di comunicazione sociale . . . . .
3. La realtà non deve diventare la sua rappresentazione mediale, come anche significative esperienze recenti (neocivismo) hanno fatto. L'irruzione della realtà nella lotta politica dipende dalla volontà del “noi sociale” di distruggere il paradigma della rappresentazione partitico-mediale delle contraddizioni sociali.
“Noi” dobbiamo rappresentare personalmente noi stessi, non un brand, un veicolo di comunicazione nel mercato della politica. Rompere questo dispositivo di potere (“delega” e “rappresentanza”) evitando di essere ancora sudditi, vuol dire farsi carico in prima persona dell'agire politico e sviluppare non solo pensiero, ma anche pratiche di liberazione.

CHE FARE ?
La precondizione è costituire un “luogo politico” - Comitato popolare di resistenza per la cittadinanza attiva (CPRCA) – che nel territorio accolga, spogliati di ogni appartenenza partitica, sindacale, associativa, ogni individuo, ogni sincera compagna, ogni onesto compagno, disponibili tutte e tutti a proporre, organizzare e lavorare per un sistema istituzionale che dal basso possa affrontare e risolvere i problemi della cittadinanza conferendo autonomia e responsabilità amministrativa nuove al Comune “partecipato”, alla Provincia, alla Regione, imponendo socialmente l'agenda politica.
Il territorio emiliano – romagnolo, da Piacenza a Rimini, è lo scenario entro il quale muoverci a fronte d'una socialità atonomisticamente frammentata e zone specializzate per funzioni. Costruire i CPRCA per ogni provincia può significare costruire un proprio “frame” capace di ricomporre politicamente il territorio regionale aggredendone i santuari del potere che da questa parcellizzazione egolatrica ne trae beneficio al fine di rideterminare forme di dominio.
Sottrarsi ad ogni gioco politico eterodiretto dai “soliti noti” (partiti e personale politico ben retribuito) e vivere politicamente ed esclusivamente nello spazio/tempo della comunità in cui si riesce a giocare la propria “sottrazione” ed estraneità. Costruire nuove istituzionalità che si sviluppino nel tempo divenendo egemoni nella dimensione popolare delle forme di vita, esigendo “beni comuni” in ogni città del territorio regionale . . . . .

SIETE TUTTI INVITATI AD AVVIARE
UN DISCORSO PUBBLICO SU QUESTI TEMI
“... Felicità non è correre e poi fermarsi di botto. Ma star fermi, progredire, lentamente, consapevolmente ...” - Tratto da “Ho fatto un sogno: Vivere il socialismo dell'armonia” di Zygmunt Bauman

Primi firmatari:
Giovanni Dursi, Oscar Marchisio, Marco Barone, Matteo Mazzetti,
. . . . .

[ Prima della lettura del testo, suggerisco di considerare nuovamente il precedente post
[a-valerio-monteventi-ed-alle].

GD ]

Tag: bologna città libera

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