Donne e laicità

PERCHE' IL 50%
La presenza del 50 per cento delle donne nella lista BCL nasce dalla messa in discussione del privilegio maschile e dal riconoscimento che le donne non sono uno dei tanti soggetti sociali ma quella maggioranza del genere umano sulla cui esclusione dalla vita pubblica (potere, decisionalità, cultura) si è fondata la Politica che vive sulla contrapposizione e divisione di aspetti inseparabili dell'essere umano: il corpo e il pensiero, il lavoro e gli affetti, il bisogno e il desiderio.
La struttura portante di ogni dominio, la sottomissione delle donne da parte del sesso maschile, attraversa ogni aspetto della vita della donna: affettivo, mentale, lavorativo e sociale, per questo la prospettiva di genere informerà tutti i punti del programma di BCL. Vogliamo però soffermarci su alcune questioni che sembrano diventare sempre più urgenti

SICUREZZA
La violenza maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne in Italia come nel resto del mondo. Una donna su sei subisce violenze nell'ambito delle mura di casa. In Italia più di 6 milioni e mezzo di donne hanno subito almeno una violenza
La campagna sulla sicurezza vuole identificare le donne come soggetto bisognoso di protezione da relegare in casa mentre la casa è il luogo principale della violenza.
La sicurezza dallo stupro non deve essere materia di ronde poliziesche, di vigili armati, di soldati ma può nascere solo dalla sconfitta di una cultura sessista e violenta di cui sono permeati questi stessi apparati, le stesse istituzioni che li hanno generati e le stesse famiglie.
Quello che bisogna battere è il prodotto della cultura patriarcale violenta che promuove un modello di donna usa e getta.
Bisogna prevenire fin dalla adolescenza l'insorgere della aggressività attraverso l'educazione alla conoscenza emotiva per riappropriarsi di se stessi, controllare, conoscere le proprie emozioni, imparare a godere del proprio e dell'altrui corpo
Far rinascere le periferie con attività e iniziative che le rendano vivibili e percorribili giorno e notte
Sostenere in modo adeguato i centri antiviolenza perché non si limitino ad essere mero rifugio votato all'isolamento ma permettano spazi di socialità e condivisione più ampi.

LAICITÀ
L'offensiva clericale contro le donne – spesso vera e propria crociata bigotta – e segno del rafforzarsi della cultura patriarcale mai morta, è l'ennesimo tentativo di imporre il controllo sul corpo della donna. I corpi delle donne sono tornati ad essere luoghi di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare potere.
Questo tentativo si manifesta in molti modi:

  • con l'attacco portato in vari modi alla legge di interruzione volontaria di gravidanza;
  • con l'avvallo della presenza delle associazioni antiabortista all'interno dei consultori e addirittura nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d'aspetto e negli atri degli ospedali per divulgare le loro informazioni e intimidire le donne;
  • con il consentire e promuovere l'obiezione di coscienza di medici e farmacisti anche per la pillola abortiva (del giorno dopo)

Bisogna affermare con chiarezza che associazioni, movimenti, gruppi antiabortisti non devono mettere piede nei consultori, non devono avere la facoltà di interferire sulle scelte delle donne. Che l'obiezione di coscienza va contrastata perché impedisce alle donne di esercitare un loro diritto.
I consultori previsti dalla Legge 194, strutture nate per aiutare le donne nelle loro difficili scelte, hanno svolto per molti anni questo ruolo ma nel tempo sono stati depotenziati e depauperati di risorse.
Va invece attuato un forte impegno finanziario affinché tutta la rete dei consultori in Italia sia sviluppata
Che sia prevista e finanziata la presenza per le immigrate di mediatrici culturali da organizzare per ogni consultorio
Che sia garantita la possibilità di utilizzare anche l'aborto medico, ovvero la RU 486 (pillola abortiva), ormai presente nella maggior parte dei paesi europei.
E il Comune deve essere partecipe di questi interventi come previsto dalla stessa legge 194/78 proprio nell'art. 1.

LAVORO
Pochi dati possono illustrare chiaramente la perdurante condizione di subalternità della donna nel mercato del lavoro e

  • in Italia solo il 46% delle donne trova lavoro (siamo penultimi in Europa) , 7 milioni di donne in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro;
  • a parità di incarico professionale, la donna guadagna il 26,3% del collega maschio;
  • l'occupazione femminile è la più bassa d'Europa, ma le donne italiane lavorano di più (1,10 ore in più delle tedesche per esempio), ad alzare il numero di ore lavorate è il carico lavori domestici.

Le nuove forme contrattuali flessibili non sempre aiutano a conciliare vita affettiva e vita lavorativa, anzi, più che sostenere il lavoro delle donne impegnate in attività di cura, spesso le inducono ad abbandonare il mercato oppure a ridimensionare i progetti di maternità. Le relegano all'interno di circuiti chiusi, con poche certezze e scarse prospettive di carriera, in contesti professionali di basso profilo che rafforzano di fatto la dipendenza dal partner e impediscono il superamento del modello basato sul maschio lavoratore capofamiglia.
La sbandierata promozione della famiglia non significa quindi libertà di scegliere e di seguire il proprio desiderio ma ritorno/imposizione di un modello unico.
La donna non può decidere di restare a casa con i figli piccoli, ma deve comunque occuparsene e questo lavoro non viene in alcun modo retribuito, anzi è stato cancellato completamente dalla proposta di aumento dell'età pensionabile a 65 anni.
Quello che serve alle donne sono misure sociali che tengano conto della loro più vulnerabile posizione nel mercato del lavoro, allungamento del congedo di maternità; servizi sociali più efficienti che offrano l'opzione tra usufruire degli asili nido e retribuzione del lavoro di cura.
Non accettiamo alcuna proroga dell'età pensionabile.!

DONNE MIGRANTI
Nel corso degli ultimi decenni molte attività riproduttive un tempo svolte all'interno delle famiglie sono diventate servizi disponibili sul mercato. L'espansione del mercato dei servizi di cura alle persone , ad alta intensità di lavoro, ha richiesto un esercito di donne lavoratrici, e sempre più spesso di donne immigrate disposte ad essere pagate poco. La salarizzazione del lavoro domestico(in casa con le collaboratrici domestiche o le badanti, fuori nel settore dei servizi) non ha cambiato la divisione di genere, né razziale ma ha gerarchizzato il lavoro riproduttivo per linee interne: donne di classe media, prevalentemente bianche, donne spesso di altre etnie, contrattualmente deboli dall'altra.
Le donne migranti sono costrette a lasciare le loro famiglie per venire a sostituire le donne italiane e a vivere in condizione di marginalità sociale e di solitudine affettiva
Spesso la loro possibilità di restare in Italia è legata al matrimonio, alla famiglia. La decisione di rendersi autonome dal marito può pregiudicare la possibilità di continuare a vivere in Italia
L'autonomia delle donne migranti, la loro indipendenza dalla famiglia e dal maschio deve essere considerato un valore per la nostra società.
Bisogna fornire loro la possibilità di continuare risiedere in Italia attraverso diverse forme di sostegno: dall'assistenza legale alla possibilità di alloggio.
Spesso giungono in Italia per fuggire da guerre, discriminazione di genere, matrimoni forzati, rischi per la propria incolumità personale.
La cittadinanza onoraria per motivi di discriminazione di genere può essere un modo per riconoscere uno status che possa consentire il rilascio di un permesso di soggiorno analogo a quello rilasciato per i rifugiati politici.

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